Paesaggi dall’Inconscio

Landscape from the Uncounciosus

About This Project

“Paesaggi dall’Inconscio” è un progetto che nasce dallo scontro controverso e attualissimo tra uomo e natura.
Uno scontro affrontato concettualmente attraverso fotografie nate dalla giustapposizione di suggestivi paesaggi naturali con immagini del quotidiano urbano, che creano un’ambientazione straniante e desolata.
Ci viene sempre più naturale, nel momento presente, pensare al mondo come una connessione di aggregati urbani. L’espansione delle città porta via quelle che un tempo erano le campagne e crea un distacco sempre più marcato tra uomo come animale, nato e cresciuto dalla terra, e uomo cittadino, che non ha più nulla a che fare col mondo naturale nel suo quotidiano.
In un mondo sempre più complesso, stimoli e distrazioni fanno perdere la concezione spazio-temporale che la natura ci ha dato, rendendoci sempre più degli animali “artificiali”, plasmati da ciò che noi stessi abbiamo creato. E questo distaccamento ci ha reso sempre più egocentrici dentro una logica antropocentrica. L’uomo, come un demiurgo creatore, rimodella la natura a sua immagine e somiglianza.
In “Paesaggi dell’Inconscio” l’immagine naturale ci appare sospesa, come fosse un ricordo intrinseco nel nostro patrimonio genetico. La si guarda con ammirazione e un senso di nostalgia; rappresenta ciò che non siamo più, la parte di noi che abbiamo distrutto.
Ciò che fa invece parte del paesaggio urbano è quello che siamo, quello che abbiamo costruito. Case, scale, porte. Sono i più comuni segni della civiltà, che si fanno portatori inconsapevoli del nostro ego, segni indelebili e incontrovertibili del nostro passaggio.
Non esiste sentimento più umano del rimorso. Ed è una cosa che si percepisce dalle fotografie. La colpevolezza che ci annienta sapendo come noi e la nostra specie contribuiamo a distruggere la madre che ci ha donato la vita, la natura, e troviamo nell’indifferenza l’unica cura palliativa al senso di colpa.
Intorno al grande tema dello scontro, nelle fotografie ruotano poi tematiche metaforizzate più sottili. Il cielo viene razionalizzato per mezzo di figure geometriche, le finestre, tema ricorrente, sono tutte chiuse e sbarrate, lo specchio di un salotto di lusso riflette un lampadario che assume il ruolo di sole artificiale. Si percepisce sempre una cesura comunicativa e un parallelismo visivo tra l’elemento naturale e quello artificiale.
Centrale infine la figura dell’albero, solitario, con poche o privo foglie, spesso al centro della costruzione della fotografia. Emblematica l’immagine dove l’albero, morto, è posizionato al centro sotto la luce di un lampione che pretende di sostituire la luce solare; illuminato come fosse un oggetto museale appeso su un muro di cemento armato, in posa per un pubblico che può solo ammirarlo con una malinconica lontananza.

Dario Polo

“Landscapes from the Unconscious” is a project that borns from the controversial and topical confrontation between man and nature.
A confrontation conceptually faced through photographies, borned from the juxtaposition of evocative landscapes with images from the urban daily, which they create an alienating and desolate setting.
There is increasingly more natural for us, in the present-day, to think of the world as a connection of urban aggregates. The expansion of cities takes away what once were the countryside and creates a detachment more pronounced between man as an animal, born and raised from the earth, and man as a citizen, who has nothing to do with the natural world in his everyday.
In a world increasingly more complex, stimuli and distractions make us lose the space-temporal conception that nature gave us, making us more and more “artificial” animals, shaped by what we created ourselves. And this detachment has made us more egocentric inside a anthropocentric logic. Man, as a demiurge creator, remodels nature in its image and likeness.
In “Landscapes from the Unconscious”, the natural image appears to us suspended, as if it were an intrinsic memory in our genetic heritage. You look at it with admiration and a sense of nostalgia; it represents what we are no longer, the part of us that we have destroyed.
What is part of the urban landscape is what we are, what we have built. Houses, stairs, doors. Are the most common signs of our civilization, that become unaware carriers of our ego, indelible and incontrovertible signs of our passage.
There is no more human feeling of remorse. And it is something that is perceived by the photos. The awareness that destroys us knowing how we and our species help to destroy the mother who gave us life, nature, and we find in indifference the only palliative cure to the guilt.
Around the big theme of confrontation, in the photographs there are then more subtle metaphorized themes. The sky is rationalized by geometric figures, the windows, recurring theme, are all closed and barred, the mirror of a luxury living room reflects a chandelier that assumes the role of artificial sun. A communicative caesura is always perceived and also a visual parallelism between the natural and the artificial element.
Finally, the central figure of the tree, solitary, with few or no leaves, often at the center of the construction of photography.
Emblematic is the image where the dead tree is positioned in the center under the light of a street lamp that claims to replace sunlight; illuminated like a museum object hung on a reinforced concrete wall, posing for an audience that can only admire it with a melancholy distance.

Dario Polo

Category
double exposition, Series